Il mare connesso: abbiamo scambiato il romanticismo dell’avventura con la certezza dei Giga?
L’avvento di Starlink e della tecnologia satellitare ad alta velocità ha rivoluzionato la vita a bordo, trasformando anche le traversate più remote in un prolungamento del nostro salotto di casa. Ma quando il rischio si azzera e l’isolamento svanisce, cosa resta del vero spirito della marineria?
Siamo ufficialmente entrati in una nuova era della navigazione da diporto. Fino a pochi anni fa, mollare gli ormeggi per una lunga traversata significava accettare il silenzio, l’isolamento e il fascino discreto della solitudine oceanica. Oggi, la proliferazione di connessioni internet satellitari a banda larga e a costi accessibili ha radicalmente cambiato le regole del gioco. Ma di fronte a questa rivoluzione, sorge spontanea una domanda: andare per mare è ancora un’avventura o l’epoca delle grandi esplorazioni è definitivamente tramontata?
Per tutti coloro che hanno navigato nell’epoca precedente all’avvento del Gps. La sensazione è di avere vissuto il mare nella sua forma più pura. Tipo che si camminava sul filo del rasoio, ma ci si divertiva molto di più. Eppure, l’idea di entrare di notte in un porto tra maree e scogli affioranti, affidandosi solo a una bussola e a un solcometro, doveva essere fonte di uno stress indicibile. Ma la durezza di quegli anni era sublimata dal romanticismo della navigazione stimata e dalla sublime libertà che si prova quando la costa svanisce del tutto oltre l’orizzonte.

Il paradosso della tecnologia: solitudini affollate e schermi accesi
Oggi lo scenario è quasi irriconoscibile. Possiamo effettuare una videochiamata ad alta definizione dal cuore dell’oceano Pacifico per mostrare l’alba alla famiglia rimasta a casa. Presto, probabilmente, chiunque potrà salire a bordo di un monoscafo oceanico durante il Vendée Globe attraverso un visore di realtà virtuale, vivendo la regata fianco a fianco con lo skipper. Se da un lato queste innovazioni estendono i confini della condivisione, dall’altro restringono drasticamente quella sensazione di lontananza e di vulnerabilità che da sempre definisce l’essenza stessa della vita oceanica. Il concetto di “solitudine” in mare sta diventando un termine relativo, quasi virtuale.
La tecnologia ci offre indubbiamente una rete di sicurezza straordinaria. Lasciamo l’ormeggio monitorando costantemente immagini satellitari in tempo reale, modelli meteo predittivi ad altissima precisione, sistemi AIS che tracciano ogni imbarcazione circostante e localizzatori di emergenza pronti a lanciare l’allarme al minimo problema. Paradossalmente, oggi la connessione internet è spesso più stabile e veloce a bordo di un monoscafo in mezzo all’oceano che su un treno regionale in Europa. Se qualcosa si rompe, possiamo videochiamare un tecnico a terra per risolvere il guasto passo dopo passo; i super yacht moderni possono persino essere ormeggiati elettronicamente senza che il comandante debba toccare il timone. Pensare oggi di intraprendere una semplice navigazione costiera senza l’ausilio della cartografia elettronica sembra a molti un atto di pura follia.

L’antica arte del Wayfinding: mappare il mare con il canto
Per comprendere cosa rischiamo di perdere, basta volgere lo sguardo al passato, a quando l’arte della navigazione era considerata sacra. Più di tremila anni fa, i navigatori polinesiani attraversavano l’immensità del Pacifico meridionale e della Micronesia basandosi esclusivamente su una viscerale connessione con gli elementi naturali. Non avevano bussole né astrolabi: leggevano le stelle, il sole, l’andamento delle onde e indizi infinitesimali come il colore delle nuvole, i bagliori della bioluminescenza marina o le rotte migratorie degli uccelli.
Tecnologia e vita di bordo. I maestri navigatori stavano a prua delle loro grandi canoe a doppio scafo e cantavano. Intonavano storie che descrivevano dettagliatamente l’ambiente circostante e le rotte mitologiche. Quei canti erano, a tutti gli effetti, delle mappe acustiche. Ogni giorno di navigazione il canto si arricchiva di nuove strofe, registrando ogni variazione del viaggio, finché la terraferma non “appariva” davanti alla prua, quasi evocata dalla melodia. I colonizzatori occidentali dell’Ottocento liquidarono queste pratiche come superstizioni o leggende folcloristiche; fortunatamente, quella sapienza è stata tramandata in segreto e pochi maestri custodi la praticano ancora oggi.
Il wayfinding è una metafora straordinaria della creatività e della marineria: ci insegna che per trovare la rotta non servono sempre impulsi digitali, ma una capacità profonda di osservare il mondo. Evocare un’isola invisibile oltre la linea dell’orizzonte attraverso l’ascolto della natura è la più grande lezione che un marinaio possa apprendere: guardare con attenzione, sintonizzarsi con l’ambiente e accogliere l’incertezza anziché ingaggiare una lotta logorante per il controllo assoluto.

Ritrovare l’ignoto: istruzioni per un’avventura consapevole
Un tempo, chi andava per mare era un avventuriero per necessità. Sia che ci si affidasse alle costellazioni, al sestante o alla bussola, mollare gli ormeggi significava fare un passo cosciente verso l’ignoto. Per secoli l’essere umano ha cercato il modo di isolarsi e proteggersi da quell’imprevedibilità. Intendiamoci: navigare l’oceano resta un’attività complessa e intrinsecamente rischiosa. Le barche continuano a subire avarie, i soccorsi sono comunque lontani giorni di navigazione e il meteo – anche a causa dei cambiamenti climatici – è sempre più bizzarro e violento. Eppure, stiamo progressivamente barattando l’essenza stessa dell’avventura con la transazione della certezza tecnologica.
Tecnologia e avventura. Gli strumenti moderni sono conquiste straordinarie che salvano vite umane ed è sacrosanto che restino a bordo. Il punto non è avviare una crociata contro l’elettronica, ma decidere consapevolmente quali canali comunicativi ed emotivi vogliamo mantenere aperti tra noi e la natura selvaggia. Per preservare l’arte della vera marineria, dobbiamo stabilire dove porre il limite del nostro scudo tecnologico.
La soluzione potrebbe essere molto più semplice di quanto sembri. Durante la prossima navigazione, proviamo a spegnere Starlink per qualche giorno. Allontaniamoci dagli schermi dei plotter. Prendiamo la ruota del timone in mano per sentire la pressione del mare sulle pale, concentrandoci sul respiro del vento e sul movimento delle onde. L’avventura non è svanita dagli oceani; aspetta solo che noi decidiamo, per qualche ora, di staccare la spina e tornare ad ascoltare il mare.
Photo credits immagine apertura: Boat International.
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